Deskilling

Oggi un articolo su “Internazionale” mi ha colpito in faccia esattamente come una settimana fa il vecchio video di Carmelo Bene che diceva, al Maurizio Costanzo Show, “possiamo dire solo ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Montale, Nietzsche) (trovate il link nelle fonti).

La frase parla del timore che il risultato (l’output) venga scambiato per la comprensione. Siamo attirati dal trovare la soluzione, e che essa sia più giudiziosa possibile, ma spesso non la comprendiamo minimamente. E la colpa non è di certo dell’IA.

Ma iniziamo dal principio: l’articolo di Kwame Anthony Appiah, giornalista del NY Times.

Ci racconta che ora abbiamo paura del “DESKILLING”, cioè che l’IA renda la popolazione ignorante, inetta o idiota (come nel film “Idiocracy”). Ma la storia ci suggerisce che è sempre avvenuto:

  • i Bardi ricordavano tutte le storie e le loro implicazioni, sapevano rispondere alle domande, ma senza scrivere, la scrittura ha annichilito la nostra memoria;
  • i marinai che leggevano le stelle con il sestante prima e il GPS dopo hanno perso questa abilità;
  • gli ascoltatori di musica dell’ottocento, se volevano ascoltare Brahms, dovevano imparare a suonarlo, con il grammofono hanno smesso di suonare;
  • i fornai avevano un’abilità immensa a capire il pane, ora lo fanno con un touch screen;
  • gli autisti della Ford T dovevano sapere mettere mani al motore, oggi sono delle scatole nere chiuse.
    Potremmo continuare all’infinito.

Il problema è che l’IA generativa è probabilistica, non deterministica. Non fornisce verità, ma risposte verosimili, che devono essere “scovate” o guidate da persone che abbiamo solide basi, affinché possano essere supervisionate.

Il rischio per i ragazzi/e a scuola: come fai a fare il fact-checking se sei stato formato da una IA probabilistica?
Ma la vera sorpresa viene da una piccola ricerca fatta ad Harvard: gli insegnanti IA riuscivano a far ottenere risultati migliori degli insegnanti umani (scelti tra quelli bravi), solo perché si assicuravano costantemente che alunni/e avessero imparato. L’IA non era protesi alla soluzione, ma ad assicurarsi che le persone imparassero. CAPISSERO. E torniamo alla mia prima frase e anche al concerto di intelligenza espresso da Carmelo Bene nel video.

Ma non è un problema. Esistono anche le IA per insegnanti che scrivono la lezione e che si assicurano che alunni/e imparino…
“Questo, in teoria, dovrebbe permettere ai docenti di dedicarsi a cose più importanti: spiegare le grandi idee, stimolare la ricerca di soluzioni semplici ed efficaci, parlare di sbocchi professionali, notare segni di difficoltà”.
L’IA è uno specchio. Se la usiamo come scorciatoia per le prove ci porterà al “DESKILLING”, altrimenti può essere un ottimo mentore ed elevare l’istruzione. Il punto non è la tecnologia, ma la pedagogia.

Secondo voi la scuola è pronta?
Meno compiti e più “grandi idee”?
Io andrei più nella scuola delle grandi idee che in quella dei compiti.

Crediti:

  • l’articolo l’ho scritto io, non la IA, ci ho messo diverse ore
  • ho riassunto l’articolo di Kwame, ma con l’aggiunta di mie osservazioni
  • l’immagine è creata con Gemini e Grok
  • il riassunto presente su Instagram/Linkedin è ottenuto inserendo il mio articolo su Gemini e chiedendo una riduzione per i caratteri. Nel mio sito è su Facebook leggete la versione integrale.

Fonti:

  • https://www.facebook.com/share/r/16pAPNyr55/
  • L’intelligenza artificiale ci rende incapaci? Kwame Anthony Appiah, Internazionale n. 1642 28 novembre 2025

Andrea Moi
Dott. Andrea Moi – Psicologo della Salute

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